cronaca di un addio

Cesare Pavese è morto il 26 agosto 1950 in una stanza dell'Albergo Roma, un bell'edificio in faccia alla stazione di Porta Nuova. Ha lasciato scritte un paio di righe: "Perdono tutti e chiedo perdono a tutti". Sul comodino c'era il libro diario: un grosso scartafaccio di fogli raccolti in una sbiadita cartella verde su cui è scritto a matita rossa "Il mestiere di vivere" di Cesare Pavese. Solo quattordici fogli sono dattiloscritti, i restanti scritti a penna o a matita, quasi sempre con correzioni e cancellature, come si trattasse di una prima stesura. Come se il mestiere di vivere procedesse per tentativi. Per prova ed errore. Sull'ultimo foglio leggiamo: "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più".

Dopo la dichiarazione d'impotenza, non rimane che la morte. Dodici bustine di sonnifero lo consegnano al sonno. La mattina del 27 qualcuno bussa alla porta della sua stanza. Nessuno apre, la cameriera scende le scale in fretta, chiama il direttore: la porta non si apre, abbiamo una chiave di scorta? Certo, c'è sempre la chiave di scorta. Salgono ad aprire la porta. Pavese è sul letto, si vede lontano un miglio che non sta dormendo. Chiamate un dottore, fate in fretta. Non c'è un dottore in albergo? No, nessun dottore. La mattina è calda, meglio chiudere la finestra. Coprite il corpo con un lenzuolo.ma chi era? Era uno scrittore? Ci sono dei fogli, c'è una penna: certo, era uno scrittore. Arriva la polizia: entrano in fretta, il coroner tasta il polso: non c'è nulla da fare. Ha ingerito dodici bustine di sonnifero: voleva essere sicuro. Lo conoscevate? Era uno scrittore. Ha lasciato un biglietto. Proprio qui nel mio albergo, dice il direttore, questo non è bene. Il poliziotto redige un breve rapporto: "tale Pavesio Cesare ingerì dodici bustine di sonnifero".

Era uno scrittore, dice il dottore, quello de "La luna e i falò", lo conoscevate? No, francamente, no. Eppure era famoso: non avete letto "La bella estate" o "La casa in collina"? No, signore, però ci credo, la credo sulla parola. Cristo, scrivete almeno il nome giusto. Sì, signore, lo faremo, ma più tardi: ora bisogna spostare il corpo. L'ambulanza è qui sotto. I poliziotti scendono nel salone, è una mattinata calda e tranquilla, la gente beve Negroni nell'ombra della veranda. Che succede, maresciallo? Niente, niente, uno si è sentito male. Continuate a bere, non preoccupatevi. Il dottore è solo nella stanza: non resiste alla tentazione di leggere qualche riga del manoscritto:

9 Marzo
Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. E' così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto lei mi ha cercato. Ma perché ho osato lunedì? Paura?
E' un passo terribile.

16 marzo
Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. E' una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei- terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto

Oh, mormora il dottore e quasi sorride, una donna. L'uomo disteso sul letto ha la compostezza di un morto molto più antico. Qualcuno gli ha chiuso gli occhi, ora non guardano più il soffitto.

14 agosto
E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Va bene. Sono onde di questo mare

17 agosto
I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce. Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente

Il dottore posa dolcemente l'incartamento sul comodino. Copre il viso del morto con il lenzuolo. Poi scende in fretta le scale e esce al fresco della veranda. Nella camera c'era molto caldo, e il caldo non giova ai morti. Ma l'ambulanza è nel cortile. Gli infermieri stanno salendo. Il dottore siede ad uno dei tavolini e ordina un bicchiere di Martini. "Fammelo doppio" dice al giovanissimo cameriere. Posa a lato della sedia la sua valigetta con dentro gli attrezzi del mestiere.
La guarda sconsolato e poi guarda le sue mani posate sul tavolo. Sono le grosse e stanche mani di un vecchio. Il cameriere si accosta, posa il Martini su un piattino argentato, il ghiaccio tintinna nel bicchiere. Il dottore solleva il bicchiere e beve in fretta. Posa il bicchiere sul tavolo e si alza per tornare nella stanza. Il ghiaccio lentamente si scioglie. Alla fine non rimane che acqua.

Jack Barron

foto del testo delle ultime parole di Cesare Pavese