Ritratto d'un amico


di Natalia Ginzburg

Scritto a Roma nel 1957, uscito sul "Radiocorriere"

La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c'è
qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno
fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.
Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d'una volta: nomi che
ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l'infanzia. Noi, ora,
abitiamo altrove, in un'altra città tutta diversa, e più grande: e
se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza
rammarico d'averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più
viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l'atrio
della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci
proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni
volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e
sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più
ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,
nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai
poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di
ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle
mattine d'inverno, ha un suo particolare odore di stazione e
fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando
al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo
odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,
che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle
piante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata e
radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora
sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle
panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l'orologio del
galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un
quarto. Di là dal fiume s'alza la collina, anch'essa bianca di neve
ma chiazzata qua e là d'una sterpaglia rossastra; e in vetta alla
collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,
che fu un tempo l'Opera Nazionale Balilla. Se c'è un po' di sole, e
risplende la cupola di vetro del Salone dell'Automobile, e il fiume
scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la
città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è
un'impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la
malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un
orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se
è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore
cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all'amico
che abbiamo perduto e che l'aveva cara; è, come era lui, laboriosa,
aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello
stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città
che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque
andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un
tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,
la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.
L'amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;
si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svetto
del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la
sua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita le
lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava
all'improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua
calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei
suoi versi, la città:
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo...
I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla
città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei
versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l'immagine
della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li
ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e
scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,
pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino
all'ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli
adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio
per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare
sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra
pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell'incertezza di decidere
se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi
a un orario d'ufficio, accettare una professione definita; ma quando
acconsenti a sedere a un tavolo d'ufficio, divenne un impiegato
meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio
margine d'ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e
non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,
che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a
diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di
ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora
non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei
sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,
con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o
sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una
sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,
di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci
chiedevamo se la nostra compagnia l'aveva deluso, se aveva cercato
accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si
era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto
una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d'altronde, non era mai facile, nemmeno quando
si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche
composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.
Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo
spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di
migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri
imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo
essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e
disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e
non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo
sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una
madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma
poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai
vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si
mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d'appuntamenti e progetti.
facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,
antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché
gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la
soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo
si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse
invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo
spiegava, e non l'abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di
qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e
la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma
nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e
scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma
soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza
di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non
si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita
concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il
tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e
subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,
un modo così' brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,
lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel
separarsene: ma appena se n'era separato, subito se ne infischiava.
Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle
nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:
perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand'erano
lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li
inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava
presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui
voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,
nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i
figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava
anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si
faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice
conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e
di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli
l'attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e
impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in
lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e
ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche
volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma
non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell'ora
del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un
maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le
assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali
imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto
insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare
e respirabile: ma non ci riuscì mai d'insegnargli nulla, perché
quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da
travagliati pensieri: ma conservò fino all'ultimo, nella figura, la
gentilezza d'un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò
in nulla le sue abitudini schive né la modestia della sua
attitudine, né l'umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo
lavoro d'ogni giorno.
Quando gli chiedevamo se gli piaceva d'essere famoso, rispondeva,
con un ghigno superbo, che se l'era sempre aspettato: aveva, a
volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che
lampeggiava e spariva. Ma quell'esserselo sempre aspettato,
significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:
perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le
aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,
non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non
avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,
mortificati d'annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene
dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano
dell'esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.
Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa
era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e
ribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate
lontananze.
E' morto d'estate. La nostra città, d'estate, è deserta e sembra
molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma
non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una
strada, senza spirare umidità, né frescura. S'alzano dai viali
folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi
di sabbia; l'asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che
cuociono nel catrame. All'aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i
tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c'era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di
quel torrido agosto; e scelse la stanza d'un albergo nei pressi
della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,
come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia
antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D'un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C'erano osterie
sulla strada, con pergolati d'uva rosseggiante, giochi di bocce,
cataste di biciclette; c'erano cascinali con grappoli di pannocchie,
l'erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al
margine della città e sul limitare dell'autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di
settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti
anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come
succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,
cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l'uno
con l'altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera
misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai
presente, su quella proda della collina.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come mare notturno è quest'ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.


"...Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non
sapevamo essere, come lui, sobri,
né come lui modesti,
né come lui generosi
e disinteressati."


Natalia Ginzburg